Le Reggiane e il sogno autarchico del duce

///Le Reggiane e il sogno autarchico del duce

Dalla MAP all’R60

di Michele Bellelli

Alla conquista dell’impero.

Contestualmente all’inizio delle produzioni aeronautiche nella seconda metà degli anni ’30, le Reggiane diedero il via ad un altro ambizioso programma del tutto in linea con la politica perseguita dal fascismo in quel periodo e che vide il nostro paese avvicinarsi inesorabilmente alla Germania.
La politica era quella dell’autarchia, adottata dopo che la Società delle Nazioni aveva dichiarato l’Italia paese aggressore nei confronti dell’Etiopia, imponendo come ritorsione delle sanzioni economiche a partire dal 18 novembre 1935. L’Italia rispose con importanti iniziative in ambito politico (avvicinamento alla Germania), propagandistico (la raccolta di metalli e materiali pregiati fra i cittadini: l’oro alla patria come parola d’ordine) ed economico: l’autarchia appunto. Essa prevedeva l’autosufficienza economica della nazione in ogni ambito possibile, al fine di impedire che in futuro altre sanzioni imposte da paesi stranieri potessero minare la sovranità e l’economia italiane.
L’ambizioso programma si basava sulla costruzione di trattori agricoli da affiancare alle produzioni già presenti di aratri e falciatrici per poter avviare la meccanizzazione dell’agricoltura italiana; la recente conquista dell’Etiopia avrebbe inoltre garantito importanti commesse anche in questo nuovo e potenzialmente vasto mercato.

Il 19 marzo 1936 un promemoria del presidente Scavia analizzava le possibilità di esportazione per le Reggiane di aratri e falciatrici. L’estensore riteneva che l’azienda potesse coprire niente meno che “l’intero fabbisogno del paese e mettere a disposizione dell’esportazione cospicui quantitativi”, fino a 2000 macchine all’anno. Si trattava di un numero decisamente elevato considerando che appena tre anni prima le macchine prodotte erano appena 17, salite poi a 384 l’anno precedente. Il prezzo era di L. 1470, uguale, come si sottolineò, a quello tedesco1.
E’ utile ricordare la differenza di ordini che ebbero le Reggiane fra il 1935 e il 1936, nel periodo di passaggio della proprietà fra l’IRI e la Caproni. Nel primo anno su un totale di L. 36.167.000, le macchine agricole ne avevano avuti solamente per L. 1.289.000 contro L. 9.289.000 del materiale rotabile e L. 14.900.000 per molini e pastifici. Nel secondo anno il totale di ordini era salito a L. 139.629.000, dei quali ben L. 85.471.000 per il nuovo reparto motori avio, il materiale rotabile era balzato al secondo posto con L. 17.667.000, i molini e pastifici erano leggermente scesi con L. 11.363.000, mentre le macchine agricole erano rimaste il fanalino di coda pur raddoppiando i loro ordini con L. 2.537.000.2

Il primo passo nella direzione voluta da Scavia fu la costituzione il 20 luglio 1937 della MAP (Macchine agricole Predappio), una società per azioni interamente controllata dalle Reggiane e dalla società Aeronautica Predappio, creata con lo scopo primario di vendere i prodotti agricoli delle Reggiane nell’Africa orientale italiana. I soci fondatori furono Giuseppe Scavia presidente delle Reggiane, il professor Cesare Castelli della Società Aeronautica Predappio e l’agricoltore Augusto Moschi, proveniente dal paese natale di Mussolini; a far parte del consiglio d’amministrazione, oltre ai primi due, furono chiamati anche gli ingegneri Giovanni Degola, Antonio Alessio e Danilo Corinaldesi. Fra settembre ed ottobre del 1937 vennero rapidamente preparate due diverse convenzioni: una fra le Reggiane e la MAP e l’altra fra quest’ultima e la Federazione dei consorzi agrari.3
La prima conferiva alla MAP il mandato esclusivo di vendere i prodotti agricoli delle Reggiane sia in Italia che nelle colonie e, per un periodo di prova di un anno, anche all’estero. L’azienda di via Agosti manteneva comunque l’ultima parola su ogni contratto stipulato dalla società di Predappio, riservandosi il diritto di accettare o rifiutare a suo insindacabile giudizio gli accordi presi, poteva inoltre variare a suo piacimento il listino dei prezzi. La seconda convenzione, con la Federazione dei consorzi agrari, aveva lo scopo di aiutare la MAP nella vendita dei prodotti Reggiane. La MAP concedeva a sua volta l’esclusività della vendita delle macchine agricole a tutti gli enti e le associazioni aderenti.
Il 7 gennaio 1938 il professor Castelli esponeva al consiglio d’amministrazione i programmi previsti per l’anno entrante, annunciando la disponibilità presso le Reggiane di 1800 falciatrici e 1700 aratri, nonchè la conclusione dei primi contratti grazie alla Federazione dei consorzi agrari. “Stabilire a priori le vendite per l’impero – spiegava – è difficile, ritengo però che la cifra di 5 milioni sia raggiungibile date le necessità”, purchè la MAP fosse in grado di garantire la presenza in loco di un ingegnere di indiscussa capacità che fu poi identificato in Danilo Corinaldesi, già capo dell’ufficio vendite delle Reggiane, che assunse la carica di direttore centrale ad Addis Abeba il 1° marzo 1938.
Tuttavia dopo un anno di attività, Corinaldesi stilava una relazione sull’andamento della società tutt’altro che lusinghiero. Dopo aver ricordato che la sua partenza era avvenuta con l’idea di realizzare un “programma assai vasto, che prevedeva di curare, con larghezza di mezzi” gli interessi delle Reggiane, ammetteva che i problemi erano molteplici e non ancora risolti, soprattutto per mancanza di fondi. “Ancor prima di accettare l’incarico offertomi… feci presente che il capitale di cui si disponeva era assolutamente insufficiente per far fronte alle spese cui andavamo incontro in AOI”. Il primo problema da affrontare fu quello di reperire i locali adatti e prospettò la possibilità di costruire, “sia pure nella maniera più economica”, quanto necessitava a lui e ai suoi colleghi. Il consiglio d’amministrazione stanziò L. 90.000 e poi altre 20.000 lire. “Alla fine di novembre 1938 si era venduta merce per circa un milione di lire, rappresentata per i ⅘ da macchine industriali delle Reggiane. [Sfortunatamente] poco si potè fare con le macchine agricole a causa delle difficoltà che le Reggiane incontravano nella produzione e consegna degli aratri automatici che sono i più richiesti; quelli inviatici, nonostante le loro manchevolezze sono stati tutti venduti. Alla fine di novembre le provvigioni… coprivano praticamente le spese incontrati dall’aprile in avanti”.
La mancanza di fondi costrinse Corinaldesi a fare importanti scelte professionali e personali: fece rimpatriare due dei quattro impiegati che erano con lui ad Addis Abeba e, “fiducioso che da un giorno all’altro si sarebbe provveduto”, fece fronte con i suoi mezzi al pagamento di stipendi e spese varie, tanto da vantare un credito di L. 130.000, mentre gli impiegati rimasti con lui erano a loro volta a credito di L. 20.000.

Di conseguenza “la mancanza assoluta di fondi ha fatto si che il risultato fin qui ottenuto sia assai inferiore a quanto era dato di poter fare, con danno per la società…”.

Un altro dei problemi che affliggevano la vita della MAP era il mancato appoggio della Federazione dei consorzi agrari che rendeva arduo piazzare sul mercato i prodotti Reggiane, in particolare gli aratri automatici.

“A mio avviso si impone di adottare una soluzione radicale per mettere la MAP in condizioni di vivere di vita propria, sempreche… sia condivisa l’opportunità di non sopprimerla…”. Dovendo servire essenzialmente gli interessi delle Reggiane, Corinaldesi proponeva che quest’ultima assumesse un controllo ancora più rigido e diretto della MAP: era necessario trasferire la direzione a Reggio Emilia, la MAP doveva essere gestita da personale delle Reggiane che a sua volta avrebbe dovuto anticipare i fondi necessari per il suo funzionamento, infine il bilancio preventivo doveva essere approvato dalle Reggiane. La MAP avrebbe potuto trattare con altre ditte sia in Italia che nell’impero purchè non fossero in concorrenza con la casa madre.

Di fatto non se ne fece nulla. Il rapporto di Corinaldesi è datato 22 marzo 1939: una settimana prima i nazisti avevano occupato Praga e la seconda guerra mondiale incombeva. Entro un paio di anni l’Africa orientale italiana sarebbe caduta nelle mani degli Alleati, segnando la fine delle imprese italiane in quella regione, inclusa la Macchine agricole Predappio.

Copiate et aperietur vobis

Oltre ad aratri e falciatrici, si tentò anche di costruire e vendere un trattore agricolo, un prodotto mai realizzato in precedenza. Fu un insuccesso, ma fu anche all’origine di uno dei momenti più famosi ed emozionanti della storia delle Reggiane.

Venne imbastita un’operazione del tutto simile a quella che avrebbe portato alla nascita del RE 2000 e che forse anzi ne fu l’ispiratrice, poichè di qualche mese precedente.4

Com’è noto il primo modello della serie RE nacque grazie all’esperienza acquisita da Antonio Alessio e Fidia Piattelli negli Stati Uniti, dove nel 1937 visitarono numerose industrie aeronautiche, concentrandosi poi sulla Seversky e sul suo P-35. L’anno precedente, sempre negli Stati Uniti, venne comprato per L. 90.000 un trattore Caterpillar RD 4 da 50 HP che venne portato a Reggio Emilia per essere studiato e fare esperimenti, con l’intento di arrivare a progettare un nuovo mezzo con il marchio “OMI”.

I primi esperimenti vennero svolti sotto il controllo dell’ingegner Lavizzari nella primavera del 1937. L’esame, svolto insieme al direttore dello stabilimento statunitense, diede esito negativo.

Il veicolo era il più piccolo e il più leggero trattore diesel Caterpillar ed era stato posto sul mercato da poco tempo; era particolarmente adatto per usi agricoli normali, non però per lavori pesanti per i quali era necessaria una maggiore potenza. “La potenza sviluppabile del motore in rapporto alla sua cilindrata è piuttosto bassa… La costruzione… specialmente del motore e di tutti gli organi inerenti (cambio, frizioni, pompe del combustibile, motorino di avviamento) è concepita per una produzione di grande serie, così che se si volesse riprodurre alla lettera il trattore per il solo mercato italiano, si andrebbe incontro a costi di produzione eccessivamente elevati senza tener conto di difficoltà d’ordine tecnico non facilmente superabili… così che volendo riprodurre il trattore sarebbe per lo meno necessario importare questi organi dalla Caterpillar. Volendo invece adottare pompe Bosch occorre ridisegnare in parte il motore e metterlo a punto. La costruzione del RD4 è molto leggera, dati gli sforzi a cui è soggetto in campagna, è da presumere che i materiali impiegati dalla Caterpillar abbiano caratteristiche molto elevate e non facilmente realizzabili da noi: di qui la necessità di ridisegnare diverse parti per una eventuale costruzione italiana”.5

L’ingegner Alessio in una riunione con i rappresentanti delle macchine agricole lo definì “un trattore tipo Caterpillar da 45 hp con motore a 2 cilindri, da noi completamente ridisegnato e che, sulla base di un accurato preventivo, da noi già eseguito, si potrà vendere al prezzo di L. circa 68.000”, mentre l’originale americano sarebbe in vendita a L. 95.000. Certo signor Pesci riteneva che il trattore avrebbe potuto trovare un largo impiego soprattutto nell’Italia meridionale, nel Lazio e nel Veneto dove esistevano grandi proprietà che avrebbero consentito di sfruttare al meglio il mezzo cingolato.6

Gli studi sull’ RD4 si concentrarono soprattutto sul motore e i tecnici delle Reggiane si convinsero che fosse necessario sostituire l’originale con uno di nuova progettazione.

Ultimate le verifiche, il 17 gennaio 1938 venne aperta la commessa n. 74.508 “per la costruzione del motore sperimentale a 2 tempi e il montaggio… sul trattore Caterpillar”, spesa autorizzata: L. 200.000 più altre L. 115.000 nel corso del 1939. L’ingegner Caproni in persona, che aveva mal digerito la decisione di sostituire il motore, si raccomandò personalmente di non modificare nient’altro rispetto all’originale. Anche il presidente Scavia si era detto contrario, anzi aveva espressamente consigliato: “Non inventate mai niente: copiate et aperietur vobis”. Gli avvertimenti furono ignorati e si procedette ugualmente.

La costruzione fu comunque relativamente rapida, tanto che il 28 marzo 1939 vennero eseguite in officina le prove di massima potenza, sotto il controllo dell’ingegner Ribolzi, il quale riteneva che si potessero facilmente raggiungere i 60 hp.7

Poi cominciò l’odissea, come ricordava amaramente Degola, poche settimane prima della sua morte.

Un succedersi di traversie, ritardi e vicissitudini che avevano impedito alle Reggiane di avere un trattore efficiente e vendibile a tre anni dall’inizio della sua progettazione e a cinque anni dall’acquisto dell’RD 4.

Ricostruiamole attraverso uno scambio epistolare dell’inizio 1941 fra il direttore generale e il suo successore Antonio Alessio.

A dare il via allo scambio il tentativo del secondo di vendere il trattore Reggiane alla Federazione dei consorzi quando ancora di fatto non era stato nemmeno costruito e messo a punto.

L’11 febbraio Degola ricordava ad Alessio che “prima di pensare a vendere un trattore bisogna averlo ed essere sicuri che vada bene, altrimenti si determinano disastri… E’ quindi indispensabile ultimare il prodotto e provarlo… in tutti i modi e in tutte le maniere”. Sapendo che l’ingegner Moriondo stava studiando un modello muovo, gli sembrava “che questa sia la vera strada per non arrivare mai a concludere niente. Siamo partiti da un tipo della Caterpillar, e studiando un motore nuovo abbiamo già scelta la via più lunga, più costosa e meno sicura. Vorremmo ora ricominciare da capo…?” e ribadiva: “… Il problema commerciale verrà poi. E per ora mi sembra prematuro impostarlo”.

Alessio replicava il giorno 12 dicendo che aveva fatto un semplice sondaggio presso la Federazione, senza impegnarsi ufficialmente, semplicemente perchè sapeva che il contratto della stessa con la Fiat stava per scadere e non sarebbe stato rinnovato. Difendeva inoltre il lavoro di Moriondo puntualizzando che non c’era allo studio nessun nuovo trattore, ma semplicemente un adeguamento del peso del Caterpillar da sei a otto quintali, per le maggiori dimensioni del motore 2TR50. Motore che durante le prove di aratura a Cisterna di Littoria aveva dimostrato di non poter reggere a prolungati periodi di funzionamento sotto sforzo.

Il 13 febbraio Degola ricordava a sua volta che erano passati quattro anni da quando l’ufficio tecnico aveva iniziato a condurre gli studi, tre anni da quando era stata aperta la commessa, altri due da quando il motore era stato provato e infine a setto/otto mesi da quando il motore si era spaccato durante le prove di aratura. Ed ora senza aver ancora concluso nulla “si parla anche di modificare il trattore, rendendoci così più difficile e complesso il compito”. Infine quella che sembra una vera e propria reprimenda al direttore tecnico: “Con la mia dell’11 andante… ho cercato di richiamare alla realtà, e cioè alla necessità di arrivare ad una conclusione positiva. Per il che, occorre che il prototipo, ultimate le prove al banco, venga continuamente sottoposto a prova pratica. In attesa di poter fare dell’aratura oggi si può fare del traino. E’ appunto il tipo di trattore pesante che occorre per il servizio al campo volo. La presente ha lo scopo di ricapitolare, chiarire e reiterare il richiamo alla necessità di concludere”.8

Sulle macchine agricole delle Reggiane, Degola ne scrisse anche col conte Franco Ratti che avrebbe sostituito Scavia nella presidenza della società.

Ricordando tutte le difficoltà dell’azienda per inserirsi con successo in questo tipo di mercato, dominato dai consorzi e da aziende più grandi, il direttore generale ammetteva che “l’influenza veramente efficace, più che dalle cariche ufficiali, è rappresentata dalla conoscenza dell’ambiente e dall’entratura di cui si dispone. Le Reggiane sono entrate nel campo delle macchine agricole, mettendosi a costruire aratri e falciatrici, durante il periodo della crisi. Hanno fatto qualche cosa in questo campo, ma non hanno certo mietuto allori. Soprattutto perchè vi sono stati troppi cambiamenti di indirizzo e di persone nel campo tecnico, ed in special modo nel campo commerciale…”.

Un campo nel quale le Reggiane non ebbero mai una politica chiara e certa. Verso la metà degli anni ‘30 gli agenti commerciali locali vennero sostituiti dalla Federazione dei consorzi agrari e quando questa scelta stava cominciando a dare i suoi frutti, la Federazione venne sostituita con un’altra società che però “aveva interessi contrari ai nostri… [ed] era non solo in concorrenza ma in aperto contrasto con la Federazione… la quale, abbandonata dalle Reggiane, aveva stretto un accordo con la Laverda, in quel momento la più importante fabbrica italiana di falciatrici.

Questa seconda società venne a sua volta abbandonata e rimpiazzata dalla Macchine agricole Predappio. “La MAP, ci è costata quale che ci è costata, e non è riuscita nemmeno a farci riprendere i rapporti con la Federazione dei consorzi agrari, come si riprometteva. Sciolta la MAP abbiamo finalmente ripresa l’organizzazione diretta della vendita delle macchine agricole… “.

In ogni caso non si era mai riuscito ad avere l’uomo giusto al posto giusto per inserire le Reggiane in questo mercato.

Le circostanze hanno poi portato l’azienda a dedicare tempo e risorse ad altre attività, cioè alla produzione aerea, “fu così che, nel campo delle macchine agricole… noi abbiamo regredito”.

In conclusione, secondo Degola, le Reggiane avevano bisogno di un uomo che si occupasse con continuità delle macchine agricole e soltanto di esse e di un’officina dedicata, dotata dell’opportuno macchinario e che non fosse utilizzato per altri scopi.

E sul Caterpillar? “E’ un tipo ottimo, ma forse troppo costoso per poter sviluppare una produzione in serie. Ci siamo accinti a semplificarlo sostituendo al motore a 4 tempi, un motore a 2 tempi, moderno di nostra progettazione. Avendo così scelto la via più lunga e meno sicura”.

Ribadiva infine la sua contrarietà allo studio di un nuovo trattore: “Ci proponiamo infatti di studiare ex novo: automotrice, cambio di velocità e motore Diesel. Troppa roba, che ci trascineremo per chi sa quanti anni, per non arrivare forse mai a concludere nulla di buono, o per arrivarci troppo tardi. A mio avviso, occorre che i nostri tecnici si persuadano che occorre copiare quello che c’è di meglio… rinunziando ad inventare”.9

L’R60

Il Caterpillar RD 4 modificato, con motore 2TR50, ebbe un’inaspettata seconda vita, condita da un momento di celebrità, durante l’occupazione delle Reggiane nel 1950/51, quando gli operai ripresero il vecchio progetto Ribolzi-Moriondo e provarono a dar vita all’R60.

Il 30 ottobre 1951, ventidue giorni dopo la fine dell’occupazione, venne redatto un promemoria sull’R60 che ricostruiva l’intero arco cronologico di questo progetto10, dall’azzardo di questa nuova produzione nel clima euforico della conquista dell’impero, al suo abbandono forzato a causa della guerra, fino alle difficoltà della ricostruzione. Nonostante le quali “fu proseguita la costruzione di due esemplari ed ai primi del 1949 uno di essi era completato”.

La direzione decise tuttavia di riesaminare ancora una volta il progetto, arrivando a delle conclusioni sfavorevoli: il peso era eccessivo rispetto alla potenza e ai miglioramenti tecnici intervenuti dal 1936, l’esemplare costruito non era ancora stato testato adeguatamente, il mercato nazionale ed estero non era favorevole per questo tipo di trattore e il suo ammodernamento e costruzione in serie sarebbe stata troppo onerosa per l’azienda. La direzione testò comunque la macchina per diverse settimane nell’estate 1949, nella zona di Piacenza. Il motore diede una buona prova “sia come esercizio che come consumo”, al contrario del telaio che si era rivelato molto fragile, tanto che fu necessario ridisegnarlo completamente.

“Il perno del lavoro svolto dagli occupanti, caratterizzato da cerimonie, feste, ecc… è stata la costruzione di 3 trattori R60 i quali però non hanno dato sinora prova della loro efficienza altro che in movimenti nell’interno degli stabilimenti e per aver capeggiato l’8 ottobre il corteo col quale… lasciavano lo stabilimento. Dalle notizie fornite dagli esponenti degli occupanti, il trattore sarebbe stato alleggerito di circa 13 q.li, il che, se… avvenuto in modo razionale, rappresenterebbe un effettivo progresso… Inoltre è sempre indispensabile una prova pratica di almeno una campagna di aratura il che non potrà avvenire ormai se non nell’estate del 1952. Solo dopo tale prova si potrà esaminare il problema anche dal lato economico per vedere se i costi di produzione siano tali da poter reggere la concorrenza…”.

Nell’estate 1952 la ditta SIE di Ravenna si informò presso il commissario liquidatore sullo stato degli R60. Moraglia rispose il 3 luglio elencando le caratteristiche tecniche del mezzo: motore diesel a 3 cilindri, potenza 60 + 65 hp, peso medio kg 6580 ciascuno, nel lotto erano compresi 93 modelli vari con 96 casse d’anima per kg 632 circa e 8 stampi in acciaio per kg 2952 circa. I materiali erano visibili all’interno dello stabilimento e “vengono venduti così come sono, dove si trovano, visti e piaciuti”.11

1Archivio storico Officine Reggiane (ASOR), busta 780, Promemoria sulle possibilità di esportazioni delle falciatrici e proposte relative.
2Asor, busta 54.
3Asor, busta 780 Macchine Agricole Predappio.
4Asor, busta 840 Relazione sul viaggio di studi negli Stati Uniti e M. Bellelli, Reggiane, cronache di una grande fabbrica italiana, Aliberti, Reggio Emilia 2016.
5Asor, busta 54.
6Asor, busta 54
7Aosr, busta 63.
8Asor, busta 63.
9Asor, busta 63.
10Probabilmente su richiesta del commissario liquidatore Moraglia.
11Aosr, busta 335 pratiche generali, fascicolo n. 48 Trattore R60.

2018-10-08T22:16:59+00:00settembre 19, 2018|